martedì 2 maggio 2017



Camogli

Seduto a un tavolino del dehors di un bar, a pochi metri dall’acqua del porticciolo di Camogli, dalle sue piccole barche da pesca, indifferente al brusio dei turisti come lui che occupavano gli altri tavoli o passavano senza fretta in quella giornata primaverile, Mario leggeva il suo libro in attesa di un amico. L’amico, non sarebbe arrivato prima di una mezzora e a Mario mancavano solo due pagine per finire il libro; le lesse lentamente: un po’ per gustarsi meglio quel finale e un po’ perché gli dispiaceva tornare alla sua realtà, spesso meno piacevole di quella scritta, ordinata, dove gli inciampi delle vite hanno un perché, una spiegazione, una soluzione, buona o cattiva, ma certa, fissata a caratteri di stampa e non più corruttibili dalle emozioni, dal tempo che passa, dagli eventi casuali, dalle coincidenze.
Come suo solito aveva posato gli occhiali da miope sul tavolo perché la leggera presbiopia dei suoi anni autunnali non gli consentiva più di tenerli sul naso per leggere. Il suo mondo era così diviso in un lontano mal corretto dalle lenti e un vicino altrettanto incerto, più o meno sfocato a secondo della distanza e della luce.

Il ghiaccio del suo spritz al Campari si era quasi tutto sciolto al sole delle undici e quaranta e degli stuzzichino che gli avevano portato non restava che un’oliva e qualche briciola di patatina e l’ultima frase del libro “ Ma se posso esprimere un pensiero mio personale di semplice donna mi limito a dire: che cosa te ne fai di una banca se hai perduto l’amore?” si perdeva fra il vociare che aveva intorno, ora ritratto in dettaglio dalle lenti tornate sul naso.
La vita non scritta di Mario, che era nuovamente lì a comandargli i pensieri, gli appetiti, le illusioni e gli inconvenienti quotidiani, gli fece alzare la testa per guardarsi intorno. A volte, alzando gli occhi da un libro appena finito, gli capitava di scorgere un particolare, se non proprio un personaggio appena lasciato, che tratteneva la sua mente in una terra di mezzo fra finzione letteraria e realtà. Ben sapeva che quelle visioni erano un inganno della sua fantasia, un artificio inconsciamente voluto per alleviare il fastidio del cambio repentino di vita, quella fatta di parole e la sua, ma quella volta non successe. Fu uno strappo, un salto a ritroso nel ricordo di un amore incompiuto, ormai quasi dimenticato, lontanissimo, ma che si ostinava a non farsi cancellare del tutto.

Seduti al tavolino di fronte a lui stava un tipo grande e grosso, pancia prominente, occhiali da sole in bilico sulla testa quasi calva, semi sdraiato sulla sua seggiola e un’aria sicura di sé; guardava lontano, ma senza apparente interesse per qualcosa in particolare. Giocherellando con  un pacchetto di sigarette posato sul tavolo, Attendeva che la sua compagna finisse una telefonata.
La donna: bionda, sulla quarantina abbondante, camicetta bianca, gonna corta, belle gambe tornite e già un poco abbronzate, voce limpida e gioiosa, tormentava i suoi di occhiali da sole, ora aprendo e chiudendone le stanghette ora spostandoli qui e la sul tavolo ancora sgombro perché la loro ordinazione non era ancora arrivata.

Era quello lo strappo, quella voce, l’allegria di quella voce, la coincidenza. Anni prima un’altra donna, con un altra voce allegra e molta incoscienza, era entrata in porto, da sola, a bordo della piccola barca a vela di un amico, pur non sapendola portare, almeno a vela, e non sapendo che quello di Camogli non è un porto turistico e dunque sprovvisto di banchine. Grazie proprio alla sua voce e alla bellezza era stata aiutata da un pescatore ad ormeggiare e a sbarcare. Quella donna era stato l’amore di Mario che non si lasciava dimenticare.
Ricordo e presente si sovrapponevano litigiosi così com’erano litigiosi i pensieri di Mario: Le assomiglia, pensava. Lui invece non mi assomiglia per niente. Si domandava se ne fosse invidioso. Si, ammise che lo era, anche capendo la stupidità di quel pensiero e anzi maledicendosi per essere cascato ancora una volta in quella gabbia fatta di illusioni incorrotte dal tempo, dalla lontananza, dalle evidenze.
E si stupì anche di se, di come la voce della donna sconosciuta e quel suo ricordo si erano intrecciati resuscitato per un attimo un sentimento sepolto da tempo sotto giorni nuovi e sereni.
Ne rise. Ogni tanto la incontrava ancora la donna delle sue illusioni, ma, ormai non più schiavo dell’innamoramento, non si sentiva più a disagio; era un’amica di vecchia data a cui voleva un gran bene, nulla più.
Tornato a guardare la donna bionda seduta al tavolo di fronte i ricordi svanirono in altre associazioni d’idee. Le donne sanno cosa sia il cinema, pensava: riescono sempre, e in modo del tutto naturale, a farsi baciare dalla luce, specie quella del sole: registe, attrici, scenografe, truccatrici, scrittrici, ti presentano sempre il loro lato migliore, quello che ti frega, ti fa sballare, sognare. È solo quando ti svegli, se ti svegli, che vedi i fondali di cartapesta, la ruga sotto al cerone, la ricrescita della tinta, la gonna che tira sotto la spinta di un chilo di troppo. Ma ormai è tardi: quel fondale è il tuo orizzonte, la ruga un sorriso, il chilo di troppo un complice delle notti. 

Ricordandosi di aver già pagato lasciò il tavolo e si sforzo di guardare verso il mare mentre passava, obbligato dagli spazi, accanto all’altro tavolino, a quella voce che l’aveva riportato indietro  nel tempo, e che per fortuna non udii più, e prese la salita del lungomare sicuro d’incontrare il suo amico che da quella direzione doveva arrivare.

A metà strada si fermò e si sedette sul basso parapetto della strada lato mare, vicino ai tavoli di un ristorante, perché incuriosito da un anziano fisarmonicista che per qualche spicciolo suonava un vecchio valzer per i clienti. Suonava male, forse per via di quelle sue mani ossute senza più forza e agilità, ma non pareva accorgersi delle note strascicate del tempo incerto e guarda fisso un punto in alto come se lo spartito fosse stampato in cielo. Era lì, era assente, eterno in quello sguardo rivolto chissà dove, a chissà quali giorni migliori.

Sarà questo il mio destino, con questo sguardo rivolto a un passato testardo che si consuma piano ma resiste come il suono stanco di questa fisarmonica? La stessa canzone che ha perso il titolo, il ritmo della vita?, pensò Marco cercando con gli occhi una libreria aperta, un altra vita di parole nella quali perdersi. 


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