venerdì 14 novembre 2014

Dalle 21.00 alle 22.00



 Dalle 21.00 alle 22.00



Lui

Tempo fa facevo la spesa, più o meno, una volta alla settimana. Adesso quasi tutti i giorni. Non che sia diventato ricco e mi possa permettere spese folli e nemmeno che sia diventato un gran mangione. Passo spesso al super di Via Canelli, quello che resta aperto fino alle 22.00, perché lì ci trovo quasi sempre una persona. Anzi, tre. Ovviamente è la prima, una donna, che m'interessa più delle altre. Le altre due persone sono uomini. Due tipi completamente diversi fra loro che, in comune, pare abbiano solo, come me d’altronde, l’abitudine di venire a fare la spesa del giorno all’ultimo momento, dalle 21.00 alle 22.00. Ora di chiusura del super. Ci s'incontra fra gli scaffali, carrello cigolante semivuoto, e ci si saluta. I primi tempi ci si scambiava solo un’occhiata distratta, ma poi, a forza di vederci, si è passati al sorriso e al saluto. Un buonasera gentile. Spesso solo “sera”. Ma è un “sera” complice che sa di appartenenza a qualcosa. Cosa? Penso che forse anche gli altri se lo siano chiesto, così come me lo sto chiedendo io ora. Ma non è importante. Sa di buono. A me basta.
Ci spiamo. O almeno io li spio. Non loro, i loro movimenti, con chi parlano e cosa fanno. No. Spio i loro carrelli. Il dottor Lussini, ad esempio, vive solo, come me. L’ho capito da quello che acquista: due mele, un etto di cotto, un solo panino al latte. Cose così. Conosco il suo nome, come i nomi delle altre due persone, perché li ho sentiti dalla cassiera, la signora Matilda. Conoscere il suo è stato più facile. Ce l’ha scritto sul cartellino sempre pinzato sul grembiule d’ordinanza, quello rosso un po’ sbiadito dall’uso e dai lavaggi. 
L’altro uomo si chiama Gianpaolo. Per il momento, di lui so solo questo. Dev’essere un vecchio cliente se Matilda lo chiama per nome. È un tipo riservato, riservato e serio. Parla pochissimo e a voce bassa, al contrario di Lussini che ha un vocione da tenore e l’aria sempre allegra. Se ho ben capito, Lussini è notaio e ha lo studio nella parallela di Via Canelli. 
Ora che ci penso non so come si chiami quella via, non ci ho mai fatto caso. Incredibile: uno vive in una città da sempre e ricorda a mala pena il nome di quattro vie e due piazze. Non potrei fare il tassista. O forse sì, forse imparerei a districarmi fra traffico, nomi delle vie, smog e pedoni distratti. Forse no, non credo. Un giorno mi sono perso due volte nel giro di un’ora, girando in auto per Torino. E non ridete, non c’erano i navigatori satellitari, allora. E poi era notte e sono miope. E poi ancora non mi piace guidare. Non potrei fare il tassista. No. 
Faccio il barista nel locale sotto casa mia e copro il turno serale, sempre quello, perché il mio collega nel pomeriggio è impegnato in un'associazione di volontariato e poi a lui non dà fastidio alzarsi presto. Al contrario, io al mattino mi metto in moto con difficoltà, anche quando vado a letto presto. D’inverno, poi, non mi alzerei mai. Odio il freddo. Dunque l’orario dall’una alle nove di sera mi sta benissimo. Quando chiudo passo al super che è a due passi e lì, spesso, chiudo anche la mia giornata sociale. Poi, casa, cena, qualcosa alla TV, un libro e a letto. Non che la sera sia così stanco da non uscire, è che non mi va, non mi diverte più girare per locali, bere e cercare l’avventura di una notte. Ne ho collezionate anche troppe di avventure che invece di darti qualcosa ti svuotano di senso; e ancor più ho collezionato troppo alcool. Cenando, uno o due bicchieri di vino li bevo ancora e mi piace, ma non esagero più, se non qualche rara sera con gli amici di sempre.
La donna si chiama Giulia. Trentacinque anni? Forse qualcuno di più, ma li porta benissimo. L’ho sempre vista da sola e, da ciò che acquista, mi sono fatto l’idea che viva anche da sola. Devo starci attento alle mie deduzioni. Più di una volta sono state completamente errate e mi sono trovato poi in situazioni imbarazzanti, soprattutto con le donne. Se a quarantadue anni giro ancora per un supermercato cercando confezioni da single, forse vuol dire qualcosa. Lasciamo perdere. Non sono qui per psicanalizzarmi.
Giulia non è mai entrata nel bar dove lavoro e non mi è mai capitato di vederla da nessun altra parte. La incontro solo al super. Ha sempre l’aria stanca, ma solo gli occhi la tradiscono. Tutto di lei trasmette efficienza, controllo, ed è sempre vestita in modo elegante. Non parlo di capi firmati e preziosi, parlo di colori ben accostati, vestiti semplici, quasi essenziali, ma che si fanno notare, che le stanno bene addosso. Mi piace per quello, per l’insieme ordinato e aereo allo stesso tempo, più che per la sua figura: quasi minuta, capelli corti di un castano ramato, fianchi appena generosi rispetto al resto del corpo, caviglie sottili su piedi da ballerina. L’immagine di una ballerina me la suggerisce ogni volta la sua camminata leggera. I suoi passi, anche quando porta i tacchi, producono un suono secco, leggero e breve, come di foglia morta che sia calpestata. Ha un passo autunnale, penso a volte. Ma forse lo descrivo così solo perché siamo a fine ottobre, di foglie morte sono tappezzate le vie e io mi lascio suggestionare facilmente dalle cose che mi piacciono. 
Belle donne se ne vedono tante e io certo le guardo, ma... È qualcosa che non so di lei, e che non capisco, a piacermi. A volte ho quasi paura che, scoprendo cosa sia quel qualcosa, io poi perda interesse in lei, per lei. Finirebbe il gioco e tornerei a fare la spesa solo di giovedì? E sì, non ve l’ho ancora detto, di giovedì non l’ho mai incontrata. Di giovedì non mangia? Domanda idiota. Un motivo c’è, per forza, se non passa mai di giovedì. Ma quale? M’immagino di tutto, ma il risultato è che non lo so.
Sono sicuro che Matilda invece lo sa il perché. Lo sa, ma con me non si sbottona. Le vedo le occhiatine che si scambiano lei e Giulia quando capita che io sia lì, alla cassa, in fila, due passi dietro la ballerina autunnale. Matilda mi tiene d’occhio, lo sento. Giulia non lo so.

Lei

Anche ieri, come tutti i giovedì, da un anno a questa parte, ho cenato da mia madre. Questa volta le ho portato due melagrane. Sono sempre piaciute a tutte e due e a me poi ricordano papà e i giochi che inventava per me con quei chicchi rossi, quand’ero piccola. Ogni tanto mi piacerebbe ricordare quei momenti con mia madre, ma è presto. Papà è volato in cielo, come dice lei, da poco tempo e mia madre s'intristisce se parlo di lui, di noi. Finisce sempre che le racconto di me, solo di me, della mia vita da separata, del mio lavoro da estetista, del mio frigo semivuoto, del mio terrore d’ingrassare, delle scarpe nuove che compro su Zalando, delle chiacchiere che sento dalla Lisa, la mia parrucchiera. Lei ascolta, mi guarda sospettosa e ogni volta, dopo un po’, mi fa la sua solita domanda: e un uomo?
“Quali uomini?” penso senza dirlo. Ma lo sento, lo so bene che mia madre vorrebbe vedermi serena, come lo ero un tempo, prima che... E così, di solito, per farla contenta m’invento qualcuno, un corteggiatore. Di solito. Succedeva prima. Ora quel qualcuno c’è e per me, sinceramente parlando, è un vantaggio. Non devo più ricordarmi nomi e situazioni di quelli inventati. Esiste sul serio, anche se non posso dire di conoscerlo veramente e in più nemmeno mi fa la corte; su questo devo ancora inventare, ma con lui, avendo in testa un volto, un portamento, qualche appiglio reale, è più facile immaginare situazioni e battute.
Lo vedo spesso al super, la sera, quasi all’ora di chiusura. Matilda, la cassiera, mi ha raccontato un po’ di cose su di lui: nome, cognome, barista, single. Ha aggiunto delle altre cosette sul suo passato che però è meglio che non racconti a mia madre. Non è male come tipo. Diciamo che si tiene abbastanza in forma e di sicuro è uno a cui piace mangiare e bere bene. Sempre poche cose nel suo carrello, ma di qualità, specie i vini. Non gli ho mai visto acquistare piatti pronti surgelati. Al contrario: verdura di stagione, frutta, pesce e, raramente, della carne. Non mi sbilancerei a definirlo un salutista, anche perché gli ho visto prendere delle sigarette alla cassa, delle Camel. Ma insomma, da quel che compra posso dedurre che in cucina se la cava. Non sarà uno chef, ma di malnutrizione non ci muore di certo. Anche di questa sua presunta dote di cuoco parlo poco con mia madre. I fornelli e io non siamo mai andati molto d’accordo e mia madre me lo ricorda sempre, lei che invece è una maga delle pentole. 
Lui esiste, ma nella realtà non so come comportarmi, cosa rappresenti per me. Ci salutiamo appena e  (lui) credo avverta le mie paure, le scambia per timidezza o peggio per disinteresse nei suoi confronti e non si ferma, non attacca bottone, come si dice. Se avessi il carattere di mia madre, l’avrei già fermato io, dandogli un ombrello in testa. È così che mia madre ha preso l’iniziativa con mio padre, assestandogli un’ombrellata in testa perché lui reagisse, le parlasse, finalmente. Per loro ha (poi) funzionato quell’espediente un po’ rude, ma io non potrei mai. Ho ereditato da mio padre quasi tutto, a parte il nasone, per fortuna. E poi non so se sono pronta per una storia con un uomo. Ormai sono passati cinque anni, dice mia madre, come fossero un’eternità. Invece non lo sono per niente, non per me. Quando capisco che mia madre comincia a spazientirsi per la mia storia con Michele - ah, si, si chiama Michele il mio qualcuno di ora - perché povera di dettagli e poco credibile, le parlo del notaio Lussini. Un simpaticone con un gran vocione che mai diresti che è un notaio. Non ha nulla della serietà professionale di un notaio. Ma è anche vero che il super non è il suo studio e li è una persona e basta, come tutti. E non è per nulla timido. Ha la sua bell'età e la pancia prominente, ma non si dà per vinto. Forse per lui è solo un gioco farmi i complimenti per una nuova giacca o la borsa, che poi è sempre la stessa da un pezzo. Chissà. È in ogni caso molto cortese ed educato. Un signore d’altri tempi apprezzato da mia madre che ogni volta mi ripete: “Vedi, se avesse la tua età...” Di Gianpaolo, l’altro uomo che incontro spesso al super, invece non parlo mai. È vedovo da qualche anno e la sua tristezza traspare, non solo dalla voce flebile e lo sguardo un po’ perso, tipico delle persone sensibili che si sentono vivi a metà, perché l’altra loro metà è mancata. Anche in mia madre leggo lo stesso sguardo smarrito. Per questo Gianpaolo non compare mai nelle nostre chiacchierate del giovedì.
La scorsa settimana mi sono ritrovata a spiare Michele mentre lavorava. Dico che mi sono ritrovata perché non l’ho fatto apposta a trovarmi nel primo pomeriggio all’angolo di fronte al bar dove lavora. Dovevo assolutamente ritirare dei documenti dal Comune, mi ero presa due ore di permesso e tornando al lavoro sono passata da lì. Avevo altro per la testa che spiarlo, ma quando l’ho visto, là dietro la grande vetrata, che si muoveva sicuro e sorrideva a un cliente, mi sono fermata. Non solo fermata. Mi sono accostata al muro con la stupida paura che mi vedesse, come se dovessi sentirmi in colpa perché passavo di lì. 
È successo tutto in un attimo. Lui mi ha dato le spalle per prendere dal bancone qualcosa e io sono corsa via, forse un troppo in fretta. E dopo mi sembrava che tutti mi guardassero stranamente. E si che mi guardavano. L’ho capito quando arrivata al lavoro mi sono tolta la giacca blu e l’ho appesa. La manica sinistra era macchiata di bianco. Non mi ero solo accostata al muro, mi ci ero appoggiata e quel muro doveva essere stato ridipinto da poco. Questa cosa non l’ho raccontata a mia Madre, ne avrebbe riso e forse le avrebbe fatto anche bene, ma io mi ero sentita così stupida, così infantile. La giacca è tornata a posto. Io non tanto.


Lui

Anche ieri, nonostante fosse giovedì, sono passato al super. La sera prima avevo finito l’olio. Ero convinto di averne ancora una bottiglia nuova, da qualche parte, e invece no. Matilda mi ha guardato come fossi un marziano. Io le ho detto dell’olio e lei mi ha sorriso, squadrandomi da sopra i suoi occhiali da presbite e sussurrando un “E già, vedo” che sapeva di “Non me la conti giusta”. E poi mi ha sorpreso aggiungendo “Giulia non passa mai il giovedì. Va sempre a cena da sua madre”. Non sapevo che dire. Non capivo, e non (lo) capisco ancora, perché Matilda mi ha raccontato di Giulia, delle cene del giovedì con sua madre. Per un momento mi è parso di aver di fronte la mia di madre: occhi scuri indagatori che sapevano leggere anche la parte più nascosta dell’anima. Ma Matilda non è mia madre e l’attimo di smarrimento è passato subito. Le ho risposto, e non so perché, che non vedevo mia madre da un paio di mesi, anche se la sento spesso al telefono. Anzi e lei che sente me perché è lei che mi chiama quasi tutte le sere, sempre e solo sul fisso, e si preoccupa se capita che non mi trova perché sono uscito. Capita raramente, ma capita. Mai che mi chiami sul cellulare. Dice che non le piace, che ha paura di disturbare, che non ricorda dove ha scritto il numero. È mia madre, è anziana e io non discuto con lei, certo non per queste sciocchezze. Ho pagato, preso la mia bottiglia d’olio, ho salutato Matilda con un “Bè, ciao” - non le avevo mai dato del tu - e sono uscito.
Ho sentito gli occhi di Matilda piantati nella schiena, ma non mi sono voltato.
Mi aveva scoperto. Ero allo scoperto, tanto da sentire un brivido sul collo, una volta fuori. Era solo una folata d’aria fredda, lo sbalzo di temperatura fra l’ambiente riscaldato del super e la strada e il fatto che nella fretta non mi fossi chiuso il giaccone a farmela sentire, ma c’era anche dell’altro a disturbarmi, un’altra folata fredda che mi veniva da dentro, dai ricordi. Da un ricordo in particolare: la mia ultima, inconcludente, dolorosa e trascinata storia con Giorgia. La gente per strada andava di corsa, come sempre. Io andavo di corsa, come a voler fuggire da lì, dal super, da quella sensazione di vuoto allo stomaco, un misto di passato che volevo cancellare e di futuro che sembrava mi reclamasse. Perché Matilda mi aveva detto di Giulia? Che ne sapeva lei di me, di cosa pensavo e sentivo per Giulia e cosa sapeva di Giulia, di cosa pensava e sentiva per me? Giulia mi piaceva davvero o la mia era solo curiosità, il gioco da giocarsi dalle 21.00 alle 22.00?
Un tempo, prima di Giorgia, non mi ponevo domande. Poi sbatti il naso su muri e porte e questo ti segna, ti cambia e lo sai. Vivi cercando di dimenticartene, di tornare quello di prima, sogni che un’altra ti faccia scordare tutto e quando poi sei lì, ad affrontare la curva che il destino ha tracciato per te e che non avevi previsto, freni, esiti e ti fai un sacco di domande. 
La sera sono uscito.

Lei

Matilda mi ha detto che negli ultimi tre giorni Michele non è passato. Mi ha anche raccontato di avergli parlato delle mie cene del giovedì, da mia madre. Difficile dire cos’ho provato ascoltandola. Ero contenta o no che Michele sapesse di mia madre? Sollevata o delusa dal fatto che fosse sparito così? E poi era sparito dalla mia vita o solo dal mio immaginario? E poi ancora, era sparito davvero o, chissà, un problema lo teneva lontano?
E perché poi mi ponevo tutte quelle domande, compresa questa?
Forse è perché ero arrabbiata: un po’ con Matilda che non si era fatta i fatti suoi e un po’ con me stessa che, l’ho capito in quel momento, avevo lasciato che il caso governasse tutti quei momenti, quegli incontri sfuggenti fra Michele e me e mi sentivo incastrata nella volontà di quel caso invadente. Dovevo fare qualcosa. Dimenticare o lottare perché il caso si piegasse a me, affrontare Michele o sparire, come sembrava avesse fatto lui.
Ho dimenticato di comprare sia le uova sia il dentifricio. Merda!

Lui

Giuro che non l’ho fatto apposta. Ero in ritardo e stavo pensando a quant'è scemo il mio amico Gianni che per una cretinata ha litigato con la sua ragazza e adesso è all’ospedale con una gamba rotta. Ma si può andare in moto di questa stagione, con le strade viscide di pioggia e di foglie morte? Non l’ho vista. Correndo con il carrello, ho svoltato l’angolo dello scaffale della pasta e buum. L’ho centrata in pieno. A Giulia è caduta la bottiglia d’aceto che teneva in mano e che è andata in mille pezzi, allagando mezza corsia. Mentre Giulia mi guardava stupita e molto incazzata perché le avevo fatto male a una gamba, le ho chiesto scusa. Scusa era la prima parola diversa da buonasera o sera che le rivolgevo. Dopo mi sono offerto e ho insistito per pagare la bottiglia d’aceto rotta e poi, imbarazzato dall’incidente e non sapendo come scusarmi ancora, le ho chiesto se (se) la sentiva di camminare, di portare la spesa. Lei non mi ha risposto. Appoggiata allo scaffale, si massaggiava la coscia destra e non mi guardava. Oltre alla bottiglia, dalle sue mani o dal suo carrello, non lo so, era caduta in terra una confezione di salvaslip che ho raccolto commettendo un errore gravissimo: mi sono soffermato per un attimo a guardare la confezione. Un attimo, un batter di ciglia, una banale curiosità. 
Questo per me. Non per lei. 

Lei

Avevo deciso d’incontrarlo e, se fosse stato il caso, d'incoraggiarlo a parlarmi, sorridendogli un po’ più del mio solito, non di scontrarmi con lui. Ho sulla coscia destra un livido blu grande come una casa che si fa sentire a ogni passo. E poi ho fatto una cosa che non credo racconterò mai a mia madre. Non la racconterò mai a nessuno.

Lui

Non ci crederete. Mi è arrivata un’ombrellata in testa. Giulia mi ha colpito con il suo ombrello. Mi sono volati via gli occhiali. Nulla di grave. Non mi ha fatto male, non ha messo forza nel gesto, ma mi ha colpito. E non solo in senso fisico. Nell’attimo che ho chiuso gli occhi per via della botta, ho visto un paio dei miei fantasmi andarsene; uno mi ha persino sorriso.

Lussini & Gianpaolo

  • Che ti avevo detto?
  • Già. Quei due si ronzavano attorno da un pezzo, caro Gianpaolo
  • Però, che botta.
  • E tu credi sia un caso?
  • Non so. Io a quel caso, darei un altro nome.
  • Cinque lettere?
  • Cinque.

Lui

Quando ho riaperto gli occhi, Giulia si teneva le mani davanti alla bocca, tremava e mi guardava affranta, stupita del suo gesto, ma anche contenta di qualcosa. Nei suoi occhi c’era una luce che non avevo mai visto. Sparita quell’aria stanca, qualcosa luccicava.
Le ho solo detto: “Pace e aperitivo?” “Pace e caffè. Sono astemia” mi ha risposto.

Matilda

Non sapevo mi piacesse tanto il forte odore dell’aceto.

Noi


(...)

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