venerdì 25 dicembre 2009

Miraggio


A chi mi chiede come sto
racconto che i miei miraggi stanno bene.
Io li osservo, li studio, li vedo cambiare, andare e tornare.
Colpevolmente lascio che governino la mia vita.
Ogni tanto provo a chiudere gli occhi o ad aprirli,
non mi è chiara la differenza.
Ogni tanto prendo il timone.
Cambio rotta.
Cambio miraggio.

venerdì 11 dicembre 2009

Quando


Quando è la speranza a lasciarmi
mi guardo indietro
e rivedo i mille gesti
le mille parole
che l’avevano costruita
vedo il disordine dei miei pensieri
e tutto sembra errore.
Poi esco
e come tutte le mattine
prendo un caffè.
Rinuncio a mettere ordine
all’inestricabile groviglio dei miei sentimenti
consapevole che sono sentimento,
sentimento ingovernabile,
e mio malgrado
torno a sperare
a sperare che da domani
l’ingovernabile
si lasci guidare dalla ragione
o perlomeno
faccia meno danni del solito.

Inutilmente
provo a non essere me stesso.

venerdì 4 dicembre 2009

Che fregatura


Che fregatura è la poesia, la parola.
Sussurra gioia non vissuta
perché nella gioia vuol credere.
Consiglia l’amore che non ha
a chi ne ha.
Canta la semplicità di un fiore
strappato alla terra.
Sorride al peggio
per nascondere il suo lato scuro.
Ruba il meglio degli altri
per farne tele e colori.
Lascia che il tempo le scorra accanto
non curandosi di lui.
Vive a fianco,
di lato alla vita,
Senza urlare mai,
tendendo agguati ai cuori stanchi
o distratti.

giovedì 19 novembre 2009

Amaro


Ogni volta che penso a lei, ogni volta che leggo il suo nome fra i contatti di posta elettronica, ogni volta che la vedo passare, sento un gusto amaro in bocca, ma non è lei l’amaro.
L’amaro è il gusto dei miei errori.
Volevo volerle bene e ho sbagliato chiedendole di ripagarmi con la stessa moneta.
Volevo fosse mia amica e ho tradito il sentimento desiderando il suo corpo.
Poi ho voluto dimenticarla e scambiando i miei errori per ferite l’ho trattata male.
L’amaro è il gusto di un perdono che non arriverà.

martedì 10 novembre 2009

Despota


Le mie parole nascono, come per tutti, nella mente e da lì partono, arrivano alla bocca per farsi sentire e alla punta delle mie dita quando le scrivo, ma non seguono mai il percorso diretto, il più breve. Prima passano a trovare i miei organi interni per fare due chiacchiere: di solito lo stomaco viene sgridato per i suoi eccessi, il fegato, l’intestino e le altre frattaglie vengono incoraggiate a tener duro e viene loro, vanamente, promesso più riguardo e meno lavoro, Con i polmoni non c’è dialogo: da troppo tempo li maltratto e penso siano diventati sordi da quanto sono intasati, incatramati e asfaltati. Il cuore è sempre il più bisognoso di coccole, di lunghi discorsi consolatori e trattiene le parole in estenuanti trattative. In fondo è lui, il cuore, a scegliere il tono, le virgole e i punti, é lui che detta le regole emotive della sintassi, è lui che prende parole asettiche e da loro l’anima e le gambe per camminare verso gli altri.
Una guardia di frontiera, un doganiere d’altri tempi, un pittore miope o presbite, a seconda dei casi, un bimbo capriccioso e viziato, un tossicodipendente da affetti, propri difetti e altrui giudizi è questo intricato insieme di cellule rosse e presuntuose che governa, da despota, la mia vita.

domenica 1 novembre 2009

Due case, un molo e un gatto.


Istria 1998. Mia sorella ed io in giro. Mia sorella, alla sera, puntava il dito sulla carta geografica, sul nome di un paesino, e la mattina dopo si partiva. A volte quel dito curioso mi faceva fare più di trecento chilometri in un giorno, ma i posti che vedevanmo valevano sempre il pieno di benzina. Un giorno siamo finiti in una valle che finiva in un fiordo. Lungo la strada non c'erano case, nulla, ma la strada, anche se era una strada di montagna, era larga e invitava a proseguire, quasi a promettere qualcosa di speciale. Ad un certo punto, dietro ad una curva, la strada ha cominciato a scendere verso il fondo della valle, verso il mare. In mezzo alla piana c'era una ciminiera altissima, dipinta a righe bianche e rosse; Tutto ciò che rimaneva di un vecchio insediamento industriale, forse un acciaieria. Il resto delle costruzioni era stato abbattuto e la natura si stava riprendendo, paziente, il suo spazio, filo d'erba dopo filo d'erba. In fono alla strada due case, un molo, un gatto e un breve tratto di ferrovia che dal molo portava alla fabbrica. Tutto era ruggine, anche il terreno intorno, quello ancora spoglio, era rossiccio. Su per il fiordo non salivano più navi mercantili ma orate. Venivano a pranzo presso gli allevamenti di cozze, le orate, e ogni tanto finivano invitate a pranzo dagli abitanti delle due case del posto.
Il silenzio ritrovato di quella valle, di quel molo sgretolato, era pace.
La natura non urla mai le sue vittorie.

mercoledì 21 ottobre 2009

Sorprendimi


Mi piace quando da lontano ti sbracci e mi saluti chiamandomi a voce alta.
Mi ricordi il sole al sorgere, che sembra avere fretta e manda avanti i sui raggi, oltre i monti, a preparargli la strada, per annunciare la sua bellezza.
Mi piace il tuo sorriso che non si spegne mai e la luce che si raccoglie in fondo ai tuoi occhi curiosi.
Mi piace il tuo passo deciso che percorre leggero, un attivo alla volta, la vita, senza chiasso.
Mi piace la dolcezza delle tue parole quando mi parli del tuo amore.
Mi piace la tua ingenuità, anche se ti procura dei piccoli guai.
Mi piace la tua voce al telefono quando non capisco se stai parlando a me o al tuo cane che tira.
Mi piace la pazzia che ti fa salire sul cubo, in discoteca, con vent’anni di ritardo, che ti fa uscire in barca da sola pur non sapendo portare una barca.
Mi piace ciò che conosco di te.
Cosa ancora non conosco che possa farmi sorridere?

Sorprendimi.

mercoledì 30 settembre 2009

Tu


Tu, lontana mezzo mondo,
lontana lo spessore
di una pagina elettrica
che sa solo contare,
ridi dei tuoi giorni
ma ti fermi a pensare,
per un breve momento,
ad un amore che muore.
Mi invii vocali e consonanti
a confondere i miei sensi.
Non solo le parole di due amanti.
Solo ciao come stai.
E torna intatto il ricordo
di te che te ne vai,
con un po’ di me.
Amica da domani
come d’altronde già eri,
cerca di perdere il mio bagaglio
troppo pesante per te
e adesso anche per me.
Pioggia laverà,
vento spazzerà
l’immagine di te,
immagine truccata
troppo bella di te,
senza di te.

lunedì 21 settembre 2009

Mi raccomando....


Mi raccomando, non ti innamorare di me.

Solo ora, mentre mi chiedi l’impossibile – come si fa a ordinarsi di non innamorarsi? - capisco cos’è questo malessere, questo groppo allo stomaco, questo pensiero indefinito, sempre presente, che mi fa dire e fare cose stupide e assurde.
Mi hai visto camminare sul sentiero che porta al baratro nel quale sarei caduto, senza rendermene conto, volando leggero e felice, e mi hai fermato.
Dovrei ringraziarti per avermi risparmiato il più dolce dei dolori, la più salvifica scossa elettrica per una mente, il cibo migliore per lo spirito?
Dovrei?
Lo farò perché me lo chiedi.
Ma non ora.
Domani.
Oggi c’è la partita..

- “Dove cavolo è finita la mia birra?” –

martedì 1 settembre 2009

Il vento di Laura.




La vedevo passare, sulla sua piccola barca a vela, la domenica pomeriggio. Sempre solo di domenica e credo non mi abbia mai notato. Dalla porta finestra di camera mia, quella del balcone, si vede una buona porzione di lago, ma dal lago è difficile scorgere la casa perché è semi coperta dagli alberi che si alzano dal vialetto. E piccola e vecchia la mia casa sul lago e un tempo ci viveva e lavorava un pescatore. Quando, anni fa, ho comprato questo posto, ho trovato una barca di legno, dal fondo piatto, nella grande stanza a piano terra che adesso è il garage e di fronte alla casa c’era un piccolo molo, sempre in legno. La barca era sfondata e sembrava irrecuperabile così come il molo. Il geometra del comune mi ha convinto a ricostruire il molo dicendomi che così la casa acquistava valore nel caso, un giorno, l’avessi voluta rivendere. Gli ho dato retta, ma non per il valore. Mi piaceva quel molo e avevo pensato che magari, da li, avrei potuto pescare, sempre che mi fossi comprato una canna e avessi imparato a farlo. Quel che rimaneva della barca è finito nella stufa, un po’ per volta, e oggi non esiste più. È un peccato perché oggi l’avrei recuperata, restaurata o almeno ci avrei provato. Allora, però, non conoscevo Laura e il vento, il suo vento.
Di solito Laura arrivava a pochi metri dal molo, con il vento in poppa, per poi orzare e risalire il vento, di bolina. I suoi movimenti lenti, precisi e sicuri erano un mistero affascinante. Pur non capendo nulla di barche, di andature e di vento, seguire i suoi movimenti e quelli della barca erano lo spettacolo di una studiata coreografia, un ballo senza musica e senza tempo. Avrei imparato più avanti a sentire la musica del vento e dell’acqua e più tardi ancora ad accordare i miei pensieri alla giusta tonalità per divenire strumento io stesso, barca, vento.
Non l’ho mai conosciuta Laura. So come si chiama, ma non ci siamo mai incontrati. Io al balcone, trattenuto da una vita disordinata e noiosa e lei in barca a danzare dolcemente, sorridendo.
Non ho la vista di un falco. L’ho vista sorridere attraverso un binocolo, acquistato apposta, per spiarla, per capire e vivere, di riflesso, la sua pace.
Forse, però, non era una persona serena e felice. Non mi spiego altrimenti come sia potuta sparire e lasciare tutto. Non mi spiego nemmeno la sua lettera nella quale mi chiede, quasi mi supplica, non conoscendomi per niente, di aver cura della sua barca. Forse un giorno tornerò, ha scritto al perfetto sconosciuto possessore del molo. Il molo. L’avevo ricostruito ben solido il molo e forse a Laura è sembrato il posto giusto per la sua barca. Forse quel molo le ricordava qualcosa d’importante: un affetto, un momento felice della sua vita, chissà?
La lettera l’aveva lasciata al postino, dandogli una buona mancia, spiegandogli dove doveva recapitarla. A chi non poteva.
Quando Renzo, il postino, mi ha portato quella strana lettera senza indirizzo e destinatario, mi ha detto che Laura era partita, non sapeva per dove. È così che ora so il suo nome, grazie al postino.
Dopo un primo momento di sorpresa ho deciso di accontentare Laura. Ho chiesto aiuto in paese per spostare la barca dal suo solito ormeggio, dal porticciolo del comune, al mio molo.
Ho dovuto anche portare la lettera con la quale Laura mi affidava la barca in comune e sbrigare qualche pratica burocratica perché tutto fosse in regola.
La barca è rimasta ferma, ormeggiata al mio molo, per quasi un mese e poi ho deciso.
Mi sono preso quindici giorni di ferie e mi sono iscritto a una scuola di vela del lago.
Sentivo che Laura, affidandomi la sua barca, voleva che io la portassi, la facessi vivere.
La barca è un piccolo cabinato di cinque metri e mezzo. E costruita in vetroresina e la targhetta in acciaio che porta i dati del cantiere che l’ha costruita dice che ha ventisette anni.
Sotto coperta non ho cambiato nulla. C’è ancora libro che vi ho trovato e una foto di Laura, scattata chissà dove e quando.
Ormai sono passati anni dal giorno in cui ricevetti la lettera.
Oggi, quando arrivo con il vento in poppa a pochi metri da mio molo e orzo per risalire e fare un altro giro mi dispiace un poco sapere che dal balcone di casa mia nessuno spia le mie manovre, lente e precise. Finisce che faccio sempre un giro in più, sperando, al ritorno, di trovare Laura sul molo che mi prende la cima d’ormeggio e mi dice semplicemente “grazie”.